Leggendo La zattera di Fogar, agghiacciante cronaca di settantaquattro giorni alla deriva su una zattera, viene subito in mente un appunto di Conrad nei Taccuini che potrebbe cesellare, come un'epigrafe, questo libro. Scriveva Conrad: «... il mare ti lusinga e ti mortifica, ti alimenta e ti mangia, ti dà e ti toglie: e tutto, sempre, nello stesso istante. È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde». L'annotazione di Conrad potrebbe «passare» nella bocca di Fogar per zittire, una volta per tutte, i giudizi superficiali di una certa stampa malevola; ma anche per placare, se così si può dire, il dolore e lo strazio che continuano a lacerare l'animo di Fogar per la perdita di un amico come Mauro Mancini. Il mare ti dà e ti toglie... Questo, adesso, Fogar lo sa e forse lo ha sempre inconsciamente temuto. Lo ha imparato sulla propria pelle in quei lunghi, interminabili, settantaquattro giorni trascorsi in mare dopo l'affondamento del Surprise a tu per tu con la lotta per la sopravvivenza. Lo ha patito più tardi quando, raccolto dalla nave greca Master Stefanos insieme a Mancini, ha vegliato la morte beffarda, maligna dell'amico. Lo ha sofferto fino in fondo ritornando sulla terra in un calvario di denunce, supposizioni e pettegolezzi che alcuni giornalisti gli hanno inflitto di ora in ora, di giorno in giorno. Il mare ti alimenta e ti mangia… Questo adesso Fogar lo sa, ma sa qualcosa di più. Che gli uomini possono essere nemici peggiori del mare. Più subdoli, più sleali. «Orche» della parola e del giudizio. Così La zattera, che sarebbe pretestuoso e limitativo relegare nel genere«reportage», non è soltanto l'autobiografia di un naufrago o la radiografia di una tragica avventura, ma anche e soprattutto il documento della forza morale di due uomini «alla deriva» e della loro rettitudine. Nonché la storia di un'amicizia, rapida e profonda come una «stretta di mano» fra uomini veri, e di una grande passione, stupefacente, dolorosa: l'amore per il mare che lusinga e mortifica.